TORINO 24-26 settembre 2026 – Allucinazioni: percezione, cognizione e intelligenza artificiale
Allucinazioni: percezione, cognizione e intelligenza artificiale
Nel dibattito filosofico sul linguaggio e sulla mente, l’allucinazione occupa una posizione strategica poiché consente di interrogare simultaneamente i presupposti ontologici dell’esperienza percettiva, le condizioni semantiche del riferimento e i dispositivi pragmatici attraverso cui un soggetto articola linguisticamente il proprio rapporto con il mondo. Tradizionalmente mobilitata come caso limite per distinguere tra percezione veridica ed esperienza meramente apparente (un’“alterazione” dei sensi), essa mette alla prova le principali teorie dell’esperienza percettiva, oscillanti tra modelli che ne concepiscono il contenuto come rappresentazione interna, prospettive che ne enfatizzano il carattere relazionale e approcci che insistono sulla discontinuità ontologica tra percezione e apparenza allucinatoria.
Da un punto di vista filosofico-linguistico, il fenomeno allucinatorio solleva inoltre questioni decisive sullo statuto semantico degli enunciati percettivi: se un soggetto descrive linguisticamente ciò che crede di vedere in assenza di un oggetto reale, occorre interrogarsi sul rapporto tra contenuto esperienziale, condizioni di verità e criteri pubblici di correttezza nell’uso del linguaggio. In questa prospettiva, l’allucinazione non appare soltanto come un’anomalia clinica o fenomenologica, ma come una configurazione limite che rende visibili le strutture ordinarie attraverso cui percezione, cognizione e linguaggio concorrono alla costruzione condivisa della realtà.
Al tempo stesso, la riflessione sull’allucinazione può essere letta alla luce di una tradizione di studi che, muovendo dall’analisi storica e teorica delle idee linguistiche, ha insistito sul carattere costitutivamente mediato e interpretativo dell’esperienza del mondo attraverso il linguaggio. Da questa angolatura, le forme allucinatorie dell’esperienza possono essere intese come variazioni estreme di quei processi di costruzione simbolica e categoriale attraverso cui le lingue naturali organizzano, stabilizzano e talvolta ristrutturano il campo del percepibile. Analogamente, nella riflessione semiotica esse possono essere interpretate come configurazioni radicali di simulazione percettiva, nelle quali processi di generazione del senso producono fenomeni dotati di coerenza interna pur in assenza di un ancoraggio empirico immediato, mostrando come il confine tra percezione, immaginazione e proiezione simbolica sia strutturalmente instabile.
La recente estensione del termine al dominio dell’intelligenza artificiale generativa, dove designa la produzione di contenuti plausibili ma privi di fondamento fattuale, riattiva infine in forma tecnologica tali questioni. Da un lato, l’estensione del termine solleva questioni di natura concettuale: se i sistemi generativi possano essere considerati soggetti di atti linguistici quali l’asserzione o la testimonianza, e se le categorie di menzogna, insincerità, bullshitting e inganno siano applicabili ad agenti artificiali presumibilmente privi di credenze e intenzioni comunicative. Dall’altro, la diffusione su larga scala di contenuti generati artificialmente pone interrogativi, ancora aperti, su come concetti quali responsabilità, reputazione e affidabilità si applichino a fonti di informazione non umane, e sui criteri con cui attribuiamo valore epistemico ai testi e ne regoliamo la produzione e la circolazione.
Il fenomeno non è del tutto limitato ai sistemi artificiali. Anche nella comunicazione umana si danno casi analoghi in cui un parlante asserisce con confidenza e sinceramente contenuti falsi, sulla base di percezioni erronee, ricordi distorti o informazioni inaffidabili. Questo tipo di errore è oggetto di una vasta letteratura che indaga le cosiddette “norme dell’asserzione”: le condizioni che un parlante deve soddisfare perché un atto comunicativo sia appropriato, fondato, e possa trasmettere conoscenza. Queste questioni diventano particolarmente urgenti nei contesti digitali, dove la circolazione virale di fake news, la frequente condivisione di notizie da fonti dubbie e la possibilità di ripostare o diffondere informazioni senza assumersene la responsabilità configurano forme di “allucinazione collettiva” che investonol’intero ecosistema informativo.
Nel quadro di una riflessione volta alla definizione di un vocabolario comune e di prospettive teoriche e metodologiche condivise, il XXXI Convegno della Società di Filosofia del Linguaggio sollecita contributi sulla seguente, non esaustiva, lista di temi:
- Teorie filosofiche dell’allucinazione (disgiuntivismo, rappresentazionalismo, “naïve realism”…);
- Allucinazione, simulazione e immaginazione;
- Percezione e costruzione condivisa della realtà;
- Pratiche terapeutiche e narrazioni cliniche dell’esperienza allucinatoria, gaslighting;
- Psichedelia, stati alterati di coscienza e terapia psichedelica;
- Allucinazione e creatività;
- Allucinazione e linguaggio: referenzialità, norme dell’asserzione, dimensione performativa, insincerità;
- “Allucinazioni” del parlante (trasmissione sincera di credenze false), responsabilità e credibilità;
- Disinformazione, “viralità” dei contenuti falsi e “allucinazioni collettive” nell’ecosistema digitale;

